Vorrei un carillon

Marzo 13, 2009 di giulietta79

Vorrei cullarmi nel dolce tintinnio di un carillon.

Vorrei fissarlo e perdermi nel suo microcosmo, fatto di ingranaggi perfetti, che orchestrano una melodia angelica.
Vorrei sentire la molla scricchiolare tra le mie dita, seguire il tempo deciso declinare, per poi costringerlo a ripartire.

Una scatola magica, stracolma di suoni, artefice e custode dei miei pensieri.

Sentirmi di nuovo bambina, sentire di nuovo ninna nanne, le formule magiche che le mamme pronunciano per farti dormire, e cedere al loro incanto …
Credere che esista la magia, sperare in piccoli miracoli.

Protetta dal buio, dagli incubi e dai pensieri tristi … vorrei di nuovo un carillon.

carillon_1

Vuota e amata

Febbraio 26, 2009 di giulietta79

Seduta di fronte aquesto schermo, con Renoir addormentato da un lato, e dall’altro grissini e cioccolata, mi sento vuota e amata.

Non riesco a smettere di macinare, anche la notte i miei denti stringono e masticano parole e pensieri tristi.
Ma quando mi sveglio: è il vuoto.

Non è fame, non è solitudine, è solo uno strano senso di angoscia.

Non solo non mi sono lasciata il passato alle spalle, ma quando torna, torna co me l’avevo lasciato.
Il senso di paura e di  impotenza è lo stesso che era. Non c’è quel brivido soddisfatto dell’iniziare, quell’autoconvincimento che non mi farà del male.

Andare in bagno mi fa paura. Mi fa paura rimanerci da sola. Vorrei che qualcuno mi fermasse, che qualcuno me lo impedisse, e allo stesso tempo supplico nella mia mente “Lasciami andare…”

Odio il desiderio di nasconderlo.

Ho scelto di parlarne ad alta voce con lui. L’idea di mentirgli, di approfittare delle sue distrazioni, mi sembrava codardia e soprattutto disonestà.

Domenica ho pianto di fronte all’evidenza di essere in balia del mio inconscio, padrone del mio corpo. Ho pianto arresa, e temevo Lui mi consolasse nella speranza di ottenere di non farmelo fare.
Sono ancora, in fondo, convinta che mi si possa amare solo se cambio.
Fissando lo spiraglio della porta socchiusa, la luce del bagno accesa ad aspettarmi, mi sentivo paralizzata.

“Ti voglio bene piccolina. Non sono deluso.”

Mai ho detto la verità. Mai ho voluto confessare cosa dovessi fare. Mai ho dovuto affermare, con vergogna: ” … io …….. io vado a vomitare …..” aspettando delusione negli occhi di chi ascolta.

“Lo so.”

Con un bacio sulla fronte mi ha lasciata andare da un abbraccio caldo e stretto.

E chiusa in bagno non mi sono sentita libera e protetta, ma oppressa da qualcosa di troppo più grande di me.

Ho pianto. Di sconforto soprattutto. Non vorrei essere amata anche per questo.
O forse, semplicemente, non ho mai creduto potesse accadere.

Renoir dorme, proteso verso di me. Di solito, lo scalmanato, fa il diavolo a  quattro pur di sottrarmi alle mie faccende. Oggi invece sembra vegli su di me, sul mio silenzio. Credo che oggi lo confesserò a lui. Forse mi dirà anche lui “Lo sò.”

E mi sento vuota con questo senso di nausea. Vuota.

Ma amata.

mani

Tre passi avanti e uno indietro

Febbraio 23, 2009 di giulietta79

Quand’ero piccola e dovevo camminare per lunghi tratti, con mia sorella ripetevo una filastrocca marciando a tempo, fermandomi e camminando all’indietro per qualche passo; e via, da capo,  tanti passi avanti e qualcuno in meno indietro. Eppure procedere.
Era un modo per non correre via, era un modo per tenere il ritmo degli adulti che non hanno fretta quando passeggiano. Era una rincorsa, era un trucco per restringere il tempo dell’attesa.

Da quando sono tornata dalla mia “vacanza” mi sento smarrita, persa di nuovo in due coscienze.
All’inizio è stato sconforto e lacrime. Ho cercato di tenere i denti stretti, credendomi al riparo dalla caducità della salute dell’anima.
Ma questo fine settimana è come se mi si fosse spezzato il cuore.
Perchè è così che mi sento, con il cuore spezzato … e in due parti che vivono di sentimenti propri.

Una metà, silenziosa, gioca le sue carte. Opprimendo il mio corpo con sensi di colpa, di paure, rifiuta il cibo. Non dice niente. Si è stancata di aspettare che l’ascoltassi. Ha deciso di agire a modo suo. Mi guarda facendomi sentire piccola e inadeguata.

L’altra metà si sente frustrata, umiliata, perdente … è la pallottola impazzita del mio io, quella che rende tutto più difficile.

Credevo, speravo, che questo sentirmi un tutt’uno con la mia vita sarebbe stato più certo; più definitivo. Ho sfidato me stessa sentendomi troppo lontana da certe brutte abitudini per ricaderci.
Fa troppa paura ritrovarsi senza il controllo dei propri gesti.
Invece si sono tesi i muscoli, i nervi e i tendini; si è contratta la fame, si è ristretto lo stomaco.
Non l’ho voluto. Non l’ho cercato. Eppure, dopo un anno, mi sono di nuovo ritrovata a inchinarmi, abbracciata al mio stomaco ribelle, a rimettere il mio pasto.

Troppa riverenza per un dolore così grande.

Oggi piango

Febbraio 11, 2009 di giulietta79

Si è fatto buio, e io sono qui per piangere.

Ingrata, esagerata e ingiusta, piango  una solitudine che sento solo io, perchè sta sola, qui, dentro di me.

E’ una solitudine solo mia, ed egoista, piango per me.

E’ un forellino in mezzo al petto, infondo, sotto tutta la mia carne … ma c’è, e io piango un vuoto immenso.

E’ una goccia amara sulla punta della lingua, è solo un sassolino, però di lì non si sposta da sempre e io  piango una sofferenza atroce.

E’ sposatezza, solo un tremore dei muscoli, e io piango; piango di sfinimento.

Mi sfuggono lacrime e nemmeno mi sforzo di tenermele, perchè se lo faccio sento il corpo schiacciarsi, pesante, contro il letto, contro il cuscino, con così tanta forza da non farmi alzare.
Voglio il buio e il silenzio, perchè ho da piangere, e non è che ne vada fiera. Voglio tenermermela per me questa esternazione di tristezza.

Così posso piangere anche per l’umiliazione che il mio inconscio mi da; queste lacrime sono un ceffone al mio orgoglio.

E cerco di essere fiera di me, perchè ho scelto o così mi illudo … oggi piango. Piango per me.lacrima

Pronti, partenza, via?

Febbraio 6, 2009 di giulietta79

E’ stato deciso mesi fa, e ne ero così felice che mi sarei offesa se non mi avesse proposto di partire.

Lui va in Spagna, per lavoro, e così io vengo al seguito, ci godiamo le vacanze che non abbiamo fatto e che non credo faremo. Ma all’improvviso la faccenda mi sconvolge un pò.

Mi sto aggrappando, mentalmente, a tutto quello che non posso lasciare: non voglio spendere i soldi, non voglio lasciare il gatto solo, non voglio lasciare le mie piante … non posso non far colazione con il mio yogurt!!!
Sono tutti capricci, lo so, ma non ce la faccio a partire e basta. Continuo a scordarmi che è gia dopo domani, e se ci penso mi salta il cuore, non mi sento pronta per il check-in, non mi sento pronta per star lontana da casa mia.

Si, perchè il problema non è Valencia … no, ne sono sicura, perchè a studiarla da lontano si fa desiderare, dev’essere stupenda. Il problema sta tra il togliere le chiavi dalla toppa della porta di casa mia e l’imbarcare il trolley.

Mi ritornano ricordi scombussolati di quel viaggio di 11 ore fatto dall’Argentina all’Italia, e non ho memoria di quelli piccini durati un’ora; mi spavento, è questa la verità, e una paura primordiale mi dice di non lasciare casa, di non partire per andare così lontano da aver bisogno di un aereo …
E poi non ho mai lasciato casa mia per più di 4 giorni …. e questi saranno 6 … DIO, una settimana lontana da casa! Potrei impazzire!
Quante cose si riescono a fare in 6 giorni? Cosa farò quando sarò sola? E se finisco con l’affezionarmi a questa città?

Poterò un blocco da disegno e un libro, la macchina fotografica non manca mai …… e poi? Se potessi, anche un interruttore per spegnere il cervello, è evidente che se rimugino tutte ste cavolate è perchè ho bisogno di una vacanza ….

Fa freddo

Novembre 24, 2008 di giulietta79

Da 3 giorni il fiato crea nuvolette nell’aria, le mani ghiacciano, le guance pungono e si inspira aria gelida.

Fa freddo, tanto freddo da aver bisogno della giacca pesante, della sciarpa e dei guanti. Tanto ingombro, però, si ha la soddisfazione di potersi immergere in questa stagione.
Rientrare a casa e sentirne il tepore, mangiare e scaldarsi prima da dentro. Sedersi di fronte al camino, tutta imbozzolata nella copertina di pile. Poi andare a dormire, spogliarsi contro voglia, sentire i brividi sul corpo ed entrare sotto il piumone freddo, ma che ha solo bisogno di tempo per cominciare a scaldare oltre il necessario. Trovare lì il mio Amore, abbracciarci forte e crealo noi tutto quel caldo, con il gatto che si intrufola sui cuscini per sfruttare il nostro respiro.
E’ talmente bello stare così vicini, ritrovarsi con tutto quell’amore tra le mani!
E sapere che fuori fa freddo, che nevica e tira forte il vento … com’è dolce poter contrapporre questi pensieri, moltiplicando il valore del mio quotidiano!

coccole

Il tuo profumo e la tua voce

Novembre 1, 2008 di giulietta79

Ho capito presto di avere una personalità difficile, tanto brava a socializzare, quanto perfezionista nell’isolarmi. Ho voluto e lottato tanto per ottenere che il mio privato fosse solo un sussurro indecifrabile rivelato solo a me stessa; e un mio mondo, fatto solo di profumi e colori, scritto in una lingua che hanno capito in pochi, mi ha cullato per fin troppo tempo.
La solitudine trasformata da paura in sollievo, mi accompagnava allienandomi, sedevo in giardini costruiti per vivere i miei pensieri. Mi sconvolgeva ritrovarmi attorniata da troppe parole e domande. Sussultavo spaventata ad essere toccata.
Quando potevo scegliere mi nascondevo nel frastuono della mia compagnia, per potermi dedicare a pensare, pensare e scrivere, di immagini e sensazioni.

Ma un giorno è arrivato il tuo profumo e la tua voce, e ora non sono mai sola da quando ci sei tu.
Non un passo, non un istante, nel quale non senta che sei accanto a me.

Allungo una mano, ti sfioro e ti percorro, senza nemmeno guardare; so che sei lì.
Al lavoro ti seguo con la mente in quegli istanti vuoti dove i miei doveri mi danno una pausa, ti seguo come si insegue una domanda senza risposta, come un profumo del quale hai scordato il nome.
A casa ti aspetto mentre la sistemo, perchè quelle mura hanno un senso e una bellezza nell’istante in cui ci stiamo dentro insieme.
Quando siamo fuori e le serate prevedono uno svago, posso scordarmi di tutto, ma non di te. Sento le voci di tutti, ma ascolto solo la tua, la rincorro. Al cinema mi perdo nella mia concentrazione, e se irrompe la partecipazione del micromondo radunato in sala, mi sconcerto, ma non se trovo la tua risata.
Nel buio delle nostre notti, quando io sogno e posso vivere con tutta me stessa quella solitudine che non ha mai smesso di piacermi, il tuo respiro, il tuo braccio e i tuoi piedi si scontrano con me; e non è più un irruzione nel mio mondo, ma l’ambientazione, lo sfondo. Anche tu qui, come il mio respiro, il mio braccio, i miei piedi; e io con te, nella realtà.

Talvolta ripiombo nella mia statica abitudine fatta di silenzio, perchè non ho mai lasciato il mio mondo fatto di colori e profumi, non ho smesso di sussurare segreti a me stessa.
Eppure, seduta nei miei giardini rumorosi dove vivo i miei pensieri, mi accorgo di stare comunque ai margini, pronta in qualunque momento a riprendere quel cammino che ha infranto i confini, dipinto dal tuo profumo e dalla tua voce.

Ti seguirei ovunque.

Buon anniversario.

Guancia a guancia

Ottobre 30, 2008 di giulietta79

Fuori piove, il cielo spento, scroscia l’acqua dall’alto e dal basso, schiacciata da piedi e ruote; e in casa gira quell’aria frescolina che impigrisce.
Mi metto sul divano per una pausa, prendo una coperta in pile di un bel arancio acceso; copro i piedi, che abbandonano a malincuore le morbide pantofole, le gambe e la pancia. Distesa sulla penisola del divano, col telecomando in mano, comincio a guardare in TV storie di cui non capisco ne l’inizio ne la fine, il cervello spento dai soliti pensieri, mi godo il caldo che il mio corpo comincia ad accumulare.
Arriva quindi curioso l’unico spettatore delle mie manovre. Passi guantati, sguardo sicuro, Renoir lascia la sua cesta, salta sul bracciolo, mi guarda non obbiettare, poggia una zampa su di una clavicola, l’altra sul petto, e così le altre, raggiunge il mio viso con la sua fronte in segno di pace, si acciambella impietoso sul mio petto, contro la mia gola.
Inizia l’abbandono, l’uno all’altra.
Io muovo le braccia per cambiare canale, la testa per poter vedere oltre la schiena di questo gatto che non smette di crescere; lui continua a cercare posizioni comode, finchè non mi ritrovo guancia a guancia, con vibrisse che mi solleticano il naso, e le dita che affondano in un centimetro di pelliccia nera, fitta sul suo collo.
Ricordo quando era appena arrivato, piccola palla di pelo, miagolante e insicura finchè non otteneva questa assoluta vicinanza con me, la sua nuova Mamma.
Come allora si addormenta oggi, pesante e senza più dover temere nulla.
Comincia a condividere con me i suoi sogni. Rincorrere prede, ruggire tutta la propria forza, correre con tutti i muscoli tesi, sommessamente, appoggiato alla mia spalla.
Vorrei andare, ma lui mi trattiene nel suo mondo ovattato.
Il calore dei nostri respiri si sommano facendo impallidire il tepore del resto del corpo.
Lo chiamo e si sposta solo per poggiare la sua guancia contro la mia, come un bambino, mi cattura in un abbraccio pieno di tenerezza. Ad occhi chiusi puntiamo il naso verso lo stesso punto. Sento il suo cuoricino ad un ritmo forsennato, e lui sentirà il mio, lento e imponente. Respira le sue fusa per me prima di riaddormentarsi. Vorrei concentrarmi sui miei doveri in casa, ma sono la sua vittima, e so di non avere scampo. Sento senza ascoltare la TV, percepisco il desiderio imperioso di questo gatto di avermi con se per poter dormire sereno, e non posso far a meno di sentirmi lusingata.
Inspiro con forza, sollevo il mio petto e con lui il corpo di Renoir.
“Devo alzarmi piccolino …”
Provo ad essere garbata e delicata nello spostarlo, anche se sò che con Renoir questo non può accadere.
Distacco il mio viso dal suo dall’espressione decisamente compiaciuta; lo guardo e appena accenno a muovermi si scrolla dal sonnolento abbandono e mi sfugge, sedendosi come se l’ultimo tempo non fosse stato vissuto, offeso e risentito, mi guarda dal bracciolo di sottecchi con quasi disprezzo.
Allungo una mano e si sbugiarda concedendomi il mento e il dorso. La pelliccia ancora calda, si stiracchia socchiudendo gli occhi, sbadiglia, e se ne va.

Divano time

Ottobre 17, 2008 di giulietta79

Guardo indietro e sento ancora l’emozione della prima volta che superai la soglia di casa mia. Sento la mia voce ricolma di felicità traboccare dal cuore. Ricordo la voglia di sentirla mia, e il tempo che trascorreva lento prima di poter aggiungere una tenda, un mobiletto.
Da mesi l’arrivo di novità si era fermato. Le cose piccole e immediatamente raggiungibili ormai avevano ottenuto il loro posto.
“Non abbiamo tutto …. ma non ci manca niente”; così definivo l’arredo di casa.

E’ maturata scomoda, però. Forse la voglia di avventura si è affievolita, e la poltrona da un posto e mezzo ora è troppo stretta per entrambi quando torniamo dal lavoro. E poi c’è qualche soldino in più in casa.
E’ giunta l’ora.
E’ arrivato il momento di prendere quel divano. Si, proprio quello! Quello di cui ci siamo innamorati un anno fa, quello rosso con penisola che diventa un letto, con quel colore che in casa, con i pavimenti verde scuro, sta così bene.
Quel divano che continuavamo a sospendere ogni volta che lo vedevamo, ma che una volta a casa fingevamo di aver già comprato. Bastava confrontarlo con qualcos’altro, o pensare di prendere qualcosa di diverso, che rientravamo in salotto convinti che era lui l’unico degno. Le tende erano state prese in tinta, e i copri sedia li abbiamo scelti nella fantasia simile ai cuscini di quel divano.
Ma ad entrare nel negozio, a vederlo, ci veniva come timore. Il rito era sempre lo stesso: ci sedevamo e ci immaginavamo a casa, di fronte al divano, svaccati all’inverosimile! Poi guardavamo il prezzo …….. e decidevamo di pensarci.

Ma l’ultima volta no. Ho costretto Cìdi a fare 2 conti, siamo rientrati, da capo le solite scene, lo guardo e scuoto la testa: “Lo prendiamo?”
Dubbi di nuovo … e a casa ne abbiamo parlato.
Due giorni dopo siamo tornati, saltando tutto il rito che protraiamo da un anno, forza e coraggio amore, è quello che vogliamo; e abbiamo lasciato l’acconto.

Oggi arriva il divano a casa! E mi rendo conto che all’improvviso smetteremo di essere “accampati”, che tutta la faccenda prende una nuova dimensione.
Casa nostra diverrà definitivamente personale, decisamente voluta da entrambi, e da un’avventura cominciata per passione, diventa un progetto maturo.
Cambia sapore casa mia. E basta un mobile per farmi capire fin dove si è sviluppata e avviluppata questa storia d’amore.

E’ mattina

Ottobre 16, 2008 di giulietta79

Il cielo si accende con le prime luci del mattino.
Da quando Renoir è cresciuto io ho spento il “radar pianto notturno” dell’istinto materno. E lui ha smesso di fare riferimento solo a me.
La notte, se gli viene lo schiribizzo, si spalma sul collo e le guance di Cìdi. L’ho visto io stessa, sdraiarsi e attaccare con le fusa, e Cìdi, nel sonno, allunga una mano e lo accarezza senza nemmeno svegliarsi. A me si avvicina appena, girandomi l’ho fatto cadere non so quante volte dalla mia schiena …
Mi da testatine e bacini, ma solo se sono sveglia.

Verso le 6:30/7:00 ha fame, quindi prova a vedere chi dei due gli da retta; è difficile che abbia la ciotola vuota, ma le abitudini dei gatti sono sacre. L’80% delle volte si alza Cìdieffe, gli riempie la ciotola e torna a letto ad aspettare il secondo giro di “miaoooo”.
A questo punto vuole uscire, sento Cìdieffe lasciare il letto … nonostante Renoir abbia la sua lettiera, evidentemente gli piace l’aria fresca del mattino; si dedica a giocare e correre, annusare gli angoli del cortile, insieme a suo cugino e suo fratello.

Alle 8 ha gia voglia di rientrare ora che è autunno, ma capita che non lo senta o che fino alle 9 io non vada ad aprire la porta, allora basta il cigolio della seconda porta per sentire scattare la corsa folle di Renoir: calpesta con rabbia terra ed erba, cemento e scalini, per fiondarsi in un lampo nello spiraglio della porta.
Si ferma come se non avesse mai corso e torna indietro con fare lento e sinuoso, cominciando a disegnare 8 tra le mie gambe con profusione di fusa e gobbe. Poco prima o poco dopo arrivano cuginetto e fratellino, cominceranno l’attesa di quel poco che gli basta: qualche crocchino, e se c’è tempo, due carezze.

Torniamo a letto per svegliare Cìdi, io saltellando per non inciampare o calpestare Renoir nel suo balletto tra le mie gambe; 5 minuti di abbracci soffocanti, di caldo sotto il piumone, di discorsi sconnessi e insensati, di risate, e Renoir che finge di appagarsi sul cuscino, proprio sopra la mia testa, può anche fare le fusa, ma noi sappiamo che ha solo voglia di mordere e giocare. Proviamo a coinvolgerlo nelle nostre coccole, ma non gli interessano grattini e carezze, morde e graffia.
Renoir si spazientisce, va in salotto, e da lì attacca il pianto e il lamento indignato di chi non capisce cosa aspettiamo ad alzarci, insomma, è tardi!
“Renoir vuole che ci alziamo …”
E’ cominciata un’altra mattina, un nuovo giorno. Uguale e diverso su tanti fronti.