Fuori piove, il cielo spento, scroscia l’acqua dall’alto e dal basso, schiacciata da piedi e ruote; e in casa gira quell’aria frescolina che impigrisce.
Mi metto sul divano per una pausa, prendo una coperta in pile di un bel arancio acceso; copro i piedi, che abbandonano a malincuore le morbide pantofole, le gambe e la pancia. Distesa sulla penisola del divano, col telecomando in mano, comincio a guardare in TV storie di cui non capisco ne l’inizio ne la fine, il cervello spento dai soliti pensieri, mi godo il caldo che il mio corpo comincia ad accumulare.
Arriva quindi curioso l’unico spettatore delle mie manovre. Passi guantati, sguardo sicuro, Renoir lascia la sua cesta, salta sul bracciolo, mi guarda non obbiettare, poggia una zampa su di una clavicola, l’altra sul petto, e così le altre, raggiunge il mio viso con la sua fronte in segno di pace, si acciambella impietoso sul mio petto, contro la mia gola.
Inizia l’abbandono, l’uno all’altra.
Io muovo le braccia per cambiare canale, la testa per poter vedere oltre la schiena di questo gatto che non smette di crescere; lui continua a cercare posizioni comode, finchè non mi ritrovo guancia a guancia, con vibrisse che mi solleticano il naso, e le dita che affondano in un centimetro di pelliccia nera, fitta sul suo collo.
Ricordo quando era appena arrivato, piccola palla di pelo, miagolante e insicura finchè non otteneva questa assoluta vicinanza con me, la sua nuova Mamma.
Come allora si addormenta oggi, pesante e senza più dover temere nulla.
Comincia a condividere con me i suoi sogni. Rincorrere prede, ruggire tutta la propria forza, correre con tutti i muscoli tesi, sommessamente, appoggiato alla mia spalla.
Vorrei andare, ma lui mi trattiene nel suo mondo ovattato.
Il calore dei nostri respiri si sommano facendo impallidire il tepore del resto del corpo.
Lo chiamo e si sposta solo per poggiare la sua guancia contro la mia, come un bambino, mi cattura in un abbraccio pieno di tenerezza. Ad occhi chiusi puntiamo il naso verso lo stesso punto. Sento il suo cuoricino ad un ritmo forsennato, e lui sentirà il mio, lento e imponente. Respira le sue fusa per me prima di riaddormentarsi. Vorrei concentrarmi sui miei doveri in casa, ma sono la sua vittima, e so di non avere scampo. Sento senza ascoltare la TV, percepisco il desiderio imperioso di questo gatto di avermi con se per poter dormire sereno, e non posso far a meno di sentirmi lusingata.
Inspiro con forza, sollevo il mio petto e con lui il corpo di Renoir.
“Devo alzarmi piccolino …”
Provo ad essere garbata e delicata nello spostarlo, anche se sò che con Renoir questo non può accadere.
Distacco il mio viso dal suo dall’espressione decisamente compiaciuta; lo guardo e appena accenno a muovermi si scrolla dal sonnolento abbandono e mi sfugge, sedendosi come se l’ultimo tempo non fosse stato vissuto, offeso e risentito, mi guarda dal bracciolo di sottecchi con quasi disprezzo.
Allungo una mano e si sbugiarda concedendomi il mento e il dorso. La pelliccia ancora calda, si stiracchia socchiudendo gli occhi, sbadiglia, e se ne va.
Archivio per Ottobre 2008
Guancia a guancia
Ottobre 30, 2008Divano time
Ottobre 17, 2008Guardo indietro e sento ancora l’emozione della prima volta che superai la soglia di casa mia. Sento la mia voce ricolma di felicità traboccare dal cuore. Ricordo la voglia di sentirla mia, e il tempo che trascorreva lento prima di poter aggiungere una tenda, un mobiletto.
Da mesi l’arrivo di novità si era fermato. Le cose piccole e immediatamente raggiungibili ormai avevano ottenuto il loro posto.
“Non abbiamo tutto …. ma non ci manca niente”; così definivo l’arredo di casa.
E’ maturata scomoda, però. Forse la voglia di avventura si è affievolita, e la poltrona da un posto e mezzo ora è troppo stretta per entrambi quando torniamo dal lavoro. E poi c’è qualche soldino in più in casa.
E’ giunta l’ora.
E’ arrivato il momento di prendere quel divano. Si, proprio quello! Quello di cui ci siamo innamorati un anno fa, quello rosso con penisola che diventa un letto, con quel colore che in casa, con i pavimenti verde scuro, sta così bene.
Quel divano che continuavamo a sospendere ogni volta che lo vedevamo, ma che una volta a casa fingevamo di aver già comprato. Bastava confrontarlo con qualcos’altro, o pensare di prendere qualcosa di diverso, che rientravamo in salotto convinti che era lui l’unico degno. Le tende erano state prese in tinta, e i copri sedia li abbiamo scelti nella fantasia simile ai cuscini di quel divano.
Ma ad entrare nel negozio, a vederlo, ci veniva come timore. Il rito era sempre lo stesso: ci sedevamo e ci immaginavamo a casa, di fronte al divano, svaccati all’inverosimile! Poi guardavamo il prezzo …….. e decidevamo di pensarci.
Ma l’ultima volta no. Ho costretto Cìdi a fare 2 conti, siamo rientrati, da capo le solite scene, lo guardo e scuoto la testa: “Lo prendiamo?”
Dubbi di nuovo … e a casa ne abbiamo parlato.
Due giorni dopo siamo tornati, saltando tutto il rito che protraiamo da un anno, forza e coraggio amore, è quello che vogliamo; e abbiamo lasciato l’acconto.
Oggi arriva il divano a casa! E mi rendo conto che all’improvviso smetteremo di essere “accampati”, che tutta la faccenda prende una nuova dimensione.
Casa nostra diverrà definitivamente personale, decisamente voluta da entrambi, e da un’avventura cominciata per passione, diventa un progetto maturo.
Cambia sapore casa mia. E basta un mobile per farmi capire fin dove si è sviluppata e avviluppata questa storia d’amore.
E’ mattina
Ottobre 16, 2008Il cielo si accende con le prime luci del mattino.
Da quando Renoir è cresciuto io ho spento il “radar pianto notturno” dell’istinto materno. E lui ha smesso di fare riferimento solo a me.
La notte, se gli viene lo schiribizzo, si spalma sul collo e le guance di Cìdi. L’ho visto io stessa, sdraiarsi e attaccare con le fusa, e Cìdi, nel sonno, allunga una mano e lo accarezza senza nemmeno svegliarsi. A me si avvicina appena, girandomi l’ho fatto cadere non so quante volte dalla mia schiena …
Mi da testatine e bacini, ma solo se sono sveglia.
Verso le 6:30/7:00 ha fame, quindi prova a vedere chi dei due gli da retta; è difficile che abbia la ciotola vuota, ma le abitudini dei gatti sono sacre. L’80% delle volte si alza Cìdieffe, gli riempie la ciotola e torna a letto ad aspettare il secondo giro di “miaoooo”.
A questo punto vuole uscire, sento Cìdieffe lasciare il letto … nonostante Renoir abbia la sua lettiera, evidentemente gli piace l’aria fresca del mattino; si dedica a giocare e correre, annusare gli angoli del cortile, insieme a suo cugino e suo fratello.
Alle 8 ha gia voglia di rientrare ora che è autunno, ma capita che non lo senta o che fino alle 9 io non vada ad aprire la porta, allora basta il cigolio della seconda porta per sentire scattare la corsa folle di Renoir: calpesta con rabbia terra ed erba, cemento e scalini, per fiondarsi in un lampo nello spiraglio della porta.
Si ferma come se non avesse mai corso e torna indietro con fare lento e sinuoso, cominciando a disegnare 8 tra le mie gambe con profusione di fusa e gobbe. Poco prima o poco dopo arrivano cuginetto e fratellino, cominceranno l’attesa di quel poco che gli basta: qualche crocchino, e se c’è tempo, due carezze.
Torniamo a letto per svegliare Cìdi, io saltellando per non inciampare o calpestare Renoir nel suo balletto tra le mie gambe; 5 minuti di abbracci soffocanti, di caldo sotto il piumone, di discorsi sconnessi e insensati, di risate, e Renoir che finge di appagarsi sul cuscino, proprio sopra la mia testa, può anche fare le fusa, ma noi sappiamo che ha solo voglia di mordere e giocare. Proviamo a coinvolgerlo nelle nostre coccole, ma non gli interessano grattini e carezze, morde e graffia.
Renoir si spazientisce, va in salotto, e da lì attacca il pianto e il lamento indignato di chi non capisce cosa aspettiamo ad alzarci, insomma, è tardi!
“Renoir vuole che ci alziamo …”
E’ cominciata un’altra mattina, un nuovo giorno. Uguale e diverso su tanti fronti.
Uva fragola
Ottobre 15, 2008In Argentina, a casa dei nonni paterni, ricordo di aver passato pomeriggi avventurosi in un giardino immenso. All’ingresso c’erano degli albrei che poi sono stati estirpati e un immensa pianta di magnolia, con un profumo inebriante. Dietro la casa c’erano recinti con galline e oche, un’albero che da un lato faceva arance e dall’altro mandarini, due alberi di pesco che facevano solo fiori, e uno che faceva frutta; c’era anche un pruno, la nonna coltivava peperoni e chissà quante altre verdure; e ricordo che a primavera esplodevano una quantità e una varietà di fiori da sembrare un giardino magico, dove uno stormo di farfalle si radunavano solo per farsi rincorrere da me.
Piccole vie di ghiaia fine costruite tra le aiule, nascoste da verdeggianti cespugli fioriti. I bordi rialzati fatti con un finto ciotolato in cemento, sui perimetri cresceva l’erba e le viole viole e bianche. Più in là cominciava un terreno lasciato a se stesso,
Quel giardino vedeva tutte le stagioni, ma nella mia testa esisteva solo la primavera e l’estate.
Poi, chissà perchè, all’età di 5 anni il mio naso si affezionò anche all’autunno. Nel giardino dei miei nonni esisteva una piccola vigna, e io scoprì il profumo dell’uva fragola.
Di quel giardino, oggi, so che è rimasto un albero irriconoscibile e stanco. Quando ho visto le foto ho pianto. Sembrava così arido. Così piccolo.
Cerco di non pensarci più.
Oggi passeggiavo nel mio paesino per raggiungere il medico di famiglia. Case vecchie e nuove alternate da giardini decorati con fioriere di più o meno di cattivo gusto. Non c’è casa che sul davanzale non abbia un fiore di stagione, è da un anno che constato questo. Passeggio e sento che l’unico rumore lo fanno le mie scarpe, non biasimo il cane che mi abbaia. Non conosco nessuno, ma nessuno manca di salutarmi. Io sorrido a tutti, non so chi siano, ma so bene che loro sanno di me, come in ogni paesino che si rispetti.
Dai cortili in cui non posso guardare mi arrivano profumi di cucina e voci che veloci snocciolano il dialetto. Lo sento parlare persino ai bambini, e mi fa un pò invidia. I gerani sfruttano la loro ultima possibilità per dare fiori tra foglie che muoiono. Gli alberi cominciano a dorarsi, e le rampicanti a diventare rosse e roventi; hanno raccolto il granoturco, ci sono pannocchie rosicchiate da qualche topino a terra, e nell’aria c’è profumo di terra. Tra gli alberi cinguettano una miriade di melodie diverse, devono essere un sacco di specie radunate lassù, e sento odore di resina che viene dai pini.
Quattro passi accanto al terreno dove crescono margherite e cardi tra ceppi maturi, ed ecco che arriva, come un foulard sfuggito col vento, il profumo di uva fragola.
Un piccolo filare a ridosso di una casa, con grappoli ben visibili lasciati lì a maturare. Mi ammicca negli occhi il sorriso baffuto del nonno.
Sorrido e vado avanti e cerco di non pensarci più.
Problemi altrui
Ottobre 13, 2008E’ capitato che cambiassimo collega, e che la nuova arrivata mi sembrasse quanto meno eccentrica, per finire con lo scoprire che sana di mente …. non lo è.
E’ riuscita a stancarmi, a sfinire la mia pazienza e a farmi ODIARE il mio posto di lavoro, che gia mi piaceva poco.
Per un mese ho provato a spiegarle le cose principali del lavoro, e senza voler sminuire nessuno, fare il commesso è solo questione di essere ligi e ordinati, non è complicato.
Ma lei è riuscita a imporre i suoi capricci, il suo estro, le sue idee malsane …. e anche tutto il suo caos.
Ci ha fregato con la durezza dei suoi “E’ BELLO COSI’” o con i giri di parole, ma al momento di dover rendere conto alla responsabile ha ben pensato di dire chela colpa era nostra, che non ci eravamo curate di spiegarle un bel niente.
E io lo sapevo, lo sapevo che andava a finire così!!! Per la prima volta in vita mia ho fatto mezzo la spia con la responsabile, e ho bisticciato con una collega … e solo un desiderio è riaffiorato: voglio andarmene da qui.
Dopo lo scontro è stato inevitabile che qualcosa cambiasse, e io ho ottenuto per un breve periodo che La Disgrazia stesse alle “nostre” regole; ma per questa settimana se n’è gia inventata una nuova: la mia collega Remissiva fa le cose insieme a lei a mediando le idee di entrambe, la Disgrazia quendo è da sola spatascia tutti i lavori fatti bene rendendo, ad esempio, le vetrine INGUARDABILI … per poi dire a me “SE NON TI PIACE, CAMBIALE!” lasciandomi una quantità di cose da aggiustare che odio!
La Disgrazia procede nel suo piccolo mondo fatto della SUA verità, gli altri devono solo adeguarsi; vive di bugie pronunciate per consolarsi di una realtà che non accetta, ha una vita privata difficile, e nemmeno in quel caso riesce a essere adulta e responsabile.
Ieri lavoravo con la mia collega Remissiva, è incinta di 5 settimane ed ha molta paura di perdere anche questo bimbo, l’ho costretta a star seduta e abbiamo parlato di tutto e di più … e quando mi ha sentito sfogarmi sulla Disgrazia mi ferma e mi dice:
“Non prendertela così …! Ascoltami, non ne vale la pena, e sai perchè? Tu ora stai cercando un’altro lavoro, giusto? Te ne andrai. A me il contratto non lo rinnovano … perchè dovrebbero? Per regalarmi mesi di maternità? No. Questo sai cosa vuol dire? Che rimarrà sola, con la responsabile, e questo sarà un problema d’altri!”

