Uva fragola

Ottobre 15, 2008 di giulietta79

In Argentina, a casa dei nonni paterni, ricordo di aver passato pomeriggi avventurosi in un giardino immenso. All’ingresso c’erano degli albrei che poi sono stati estirpati e un immensa pianta di magnolia, con un profumo inebriante. Dietro la casa c’erano recinti con galline e oche, un’albero che da un lato faceva arance e dall’altro mandarini, due alberi di pesco che facevano solo fiori, e uno che faceva frutta; c’era anche un pruno, la nonna coltivava peperoni e chissà quante altre verdure; e ricordo che a primavera esplodevano una quantità e una varietà di fiori da sembrare un giardino magico, dove uno stormo di farfalle si radunavano solo per farsi rincorrere da me.
Piccole vie di ghiaia fine costruite tra le aiule, nascoste da verdeggianti cespugli fioriti. I bordi rialzati fatti con un finto ciotolato in cemento, sui perimetri cresceva l’erba e le viole viole e bianche. Più in là cominciava un terreno lasciato a se stesso,
Quel giardino vedeva tutte le stagioni, ma nella mia testa esisteva solo la primavera e l’estate.

Poi, chissà perchè, all’età di 5 anni il mio naso si affezionò anche all’autunno. Nel giardino dei miei nonni esisteva una piccola vigna, e io scoprì il profumo dell’uva fragola.

Di quel giardino, oggi, so che è rimasto un albero irriconoscibile e stanco. Quando ho visto le foto ho pianto. Sembrava così arido. Così piccolo.
Cerco di non pensarci più.

Oggi passeggiavo nel mio paesino per raggiungere il medico di famiglia. Case vecchie e nuove alternate da giardini decorati con fioriere di più o meno di cattivo gusto. Non c’è casa che sul davanzale non abbia un fiore di stagione, è da un anno che constato questo. Passeggio e sento che l’unico rumore lo fanno le mie scarpe, non biasimo il cane che mi abbaia. Non conosco nessuno, ma nessuno manca di salutarmi. Io sorrido a tutti, non so chi siano, ma so bene che loro sanno di me, come in ogni paesino che si rispetti.
Dai cortili in cui non posso guardare mi arrivano profumi di cucina e voci che veloci snocciolano il dialetto. Lo sento parlare persino ai bambini, e mi fa un pò invidia. I gerani sfruttano la loro ultima possibilità per dare fiori tra foglie che muoiono. Gli alberi cominciano a dorarsi, e le rampicanti a diventare rosse e roventi; hanno raccolto il granoturco, ci sono pannocchie rosicchiate da qualche topino a terra, e nell’aria c’è profumo di terra. Tra gli alberi cinguettano una miriade di melodie diverse, devono essere un sacco di specie radunate lassù, e sento odore di resina che viene dai pini.
Quattro passi accanto al terreno dove crescono margherite e cardi tra ceppi maturi, ed ecco che arriva, come un foulard sfuggito col vento, il profumo di uva fragola.

Un piccolo filare a ridosso di una casa, con grappoli ben visibili lasciati lì a maturare. Mi ammicca negli occhi il sorriso baffuto del nonno.
Sorrido e vado avanti e cerco di non pensarci più.

Problemi altrui

Ottobre 13, 2008 di giulietta79

E’ capitato che cambiassimo collega, e che la nuova arrivata mi sembrasse quanto meno eccentrica, per finire con lo scoprire che sana di mente …. non lo è.

E’ riuscita a stancarmi, a sfinire la mia pazienza e a farmi ODIARE il mio posto di lavoro, che gia mi piaceva poco.
Per un mese ho provato a spiegarle le cose principali del lavoro, e senza voler sminuire nessuno, fare il commesso è solo questione di essere ligi e ordinati, non è complicato.
Ma lei è riuscita a imporre i suoi capricci, il suo estro, le sue idee malsane …. e anche tutto il suo caos.

Ci ha fregato con la durezza dei suoi “E’ BELLO COSI’” o con i giri di parole, ma al momento di dover rendere conto alla responsabile ha ben pensato di dire chela colpa era nostra, che non ci eravamo curate di spiegarle un bel niente.

E io lo sapevo, lo sapevo che andava a finire così!!! Per la prima volta in vita mia ho fatto mezzo la spia con la responsabile, e ho bisticciato con una collega … e solo un desiderio è riaffiorato: voglio andarmene da qui.

Dopo lo scontro è stato inevitabile che qualcosa cambiasse, e io ho ottenuto per un breve periodo che La Disgrazia stesse alle “nostre” regole; ma per questa settimana se n’è gia inventata una nuova: la mia collega Remissiva fa le cose insieme a lei a mediando le idee di entrambe, la Disgrazia quendo è da sola spatascia tutti i lavori fatti bene rendendo, ad esempio, le vetrine INGUARDABILI … per poi dire a me “SE NON TI PIACE, CAMBIALE!” lasciandomi una quantità di cose da aggiustare che odio!
La Disgrazia procede nel suo piccolo mondo fatto della SUA verità, gli altri devono solo adeguarsi; vive di bugie pronunciate per consolarsi di una realtà che non accetta, ha una vita privata difficile, e nemmeno in quel caso riesce a essere adulta e responsabile.

Ieri lavoravo con la mia collega Remissiva, è incinta di 5 settimane ed ha molta paura di perdere anche questo bimbo, l’ho costretta a star seduta e abbiamo parlato di tutto e di più … e quando mi ha sentito sfogarmi sulla Disgrazia mi ferma e mi dice:

“Non prendertela così …! Ascoltami, non ne vale la pena, e sai perchè? Tu ora stai cercando un’altro lavoro, giusto? Te ne andrai. A me il contratto non lo rinnovano … perchè dovrebbero? Per regalarmi mesi di maternità? No. Questo sai cosa vuol dire? Che rimarrà sola, con la responsabile, e questo sarà un problema d’altri!”

A volte ritornano

Settembre 16, 2008 di giulietta79

Non so da quanto tempo mi ripeto che non solo è il caso, ma che scrivere qui mi manca per davvero. Certo non è facile trovare le parole in mezzo a tutto il bisogno che sento di allontanarmi da me e dai miei paturni.

Non è facile convivere con tutti i pensieri che mi trascino in giro: il passato, il presente e il futuro, che tento costantemente di mantenere separati, ma che sembra non possano far a meno di impastarsi tutti insieme confondendomi sempre di più.
Ho provato a prenderne uno per volta, ho deciso che era proprio ora di concentrarsi sul tempo presente, ed è stato bello finchè gli altri non hanno cominciato a lamentarsi. Li ho lasciati in sospeso, non potevano accettarlo.

Settimana scorsa sono rimasta “sola”; con Cìdi impegnato per lavoro, avendo la macchina tutta per me insieme al tempo e allo spazio, mi sono ritrovata con me stessa ed ho avuto paura.

Ero quella Io di tanto tempo fa, una Me assolutamente sfiancata, ma intenta a lottare contro quei pensieri che si ingarbugliavano. Ero una Giuli che assegnava posti, luoghi e momenti a tempi passati, presenti e progetti futuri. Certo non l’avevo subito vinta, ma ci lavoravo sodo, e riordinavo quel pasticcio che era la mia anima.
Quando è arrivato Cìdi ho trascurato quel mestiere rendendolo un hobbie sempre più trascurato.
Forse ho corso troppo.
Forse avrei dovuto continuare a coltivare questo lavoro.
Sta di fatto che un giorno, io, ho ordinato l’esilio di quella Me troppo sfibrata, troppo imbarazzante, troppo differente dalle persone che vivono con normalità.
Lo ammetto, è stato per vanità. Una scelta fatta per accontentare il nichilismo, lo stesso che mi ha portato paura, fame e desolazione. Negare tutto, non solo quello che non riuscivo ad affrontare, ma anche Me, l’unica parte che si opponeva al disfattismo; meglio cominciare da zero; meglio fingere che non sia accaduto mai niente di tutto questo.

Non posso negare che però da una parte mi abbia aiutato a prendere le distanze da una situazione che ormai mi ossessionava. Ho potuto dimenticarla e riprenderla con più lucidità. L’ho guardata come avrei sempre voluto guardarla, anche se al primo sguardo ho avuto paura.

Ma non sono tornate le stesse paure, e nemmeno le stesse angosce, non è tornata la stessa stanchezza ne terrore di non venirne a capo.
E’ tornata la consapevolezza, e anche quel poco di autosufficenza che mi stavo costruendo intorno quando ho scelto un compagno e un destino. E’ tornata quella solidità di spalle che avevo quando non potevo farmi accompagnare per mano da nessuno, ma solo della fiducia e sicurezza che Cìdi mi era vicino con il cuore e la mente in ogni scalata che ogni giorno affrontavo, ma che portavo a termine tutta da sola.

Ho ricominciato a scrivere in solitudine, a raccontarmi di nuovo come sono andate le cose, mi sono guardata negli occhi e riletta nell’anima; seduta ad ascoltare una voce che veniva da quel diario, ho ritrovato il tempo trascorso a ricompormi; e senza entusiasmo, ho risincronizzato il passato al presente, depennato il lavoro gia fatto, accantonato aspettative eccessive ed insensate, ho pianto per quel che è stato … e per la prima volta sento di possederlo quel progetto del mio futuro.

Cedimenti dell’anima

Luglio 28, 2008 di giulietta79

Un pò perchè la mia collega se n’è andata, un pò perchè ho lavorato più dell’abituale, senza tralasciare che mi sento troppo lontana per aiutare i miei a rimediare ai loro guai …. io so solo che qualcosa dentro cede.

La sento franare e seppellire tutte le cose buone che posso cogliere dalla mia vita. Grandina e rompe tutta la fragile armonia che sento di possedere, di aver coltivato. La sento crollare sotto i piedi, e mi ritrovo sommersa dai pensieri che tento di lasciare lontani.
Inadeguatezza. Paura. Ricordi di dolori dai quali non ho potuto difendermi. Una profonda tristezza.

A quel punto basta un nonnulla, è sufficente un respiro tiepido che mi soffia sulla nuca, o lo sfiorare l’affetto che mi circonda, che io piango.
Piango sconforto e gratitudine; la stanchezza e la necessità di non fermarmi.

Renoir mi fissa stupito, Cìdi mi guarda perplesso. E io mi vedo sfibrata e smagliata in più punti.

Tutto si sitema, per tutto c’è una soluzione. Per tutto tranne che per questo franare inevitabile del tono umorale.

Perchè non posso disfarmi di tutto il fardello? Non potrei, chessò, buttare un ponte su tutto e attraversare quel picco verso il basso della mia vita? Attraversarlo da quell’età a quest’altra, e proseguire dritta verso cose nuove; invece che ritrovarmi ad arrampicarmi sempre più verso l’alto, pestando brutti scivoloni, mettendo il piede in fallo, ritrovandomi troppo spesso in spiazzi dove lievi solchi delle mie unghie del passato sono ancora visibili lì sulla parete.

Come faccio a non sentirmi esasperata?

La rivincita

Giugno 9, 2008 di giulietta79

Da quando convivo ho scoperto mille sfumature della libertà, nonostante effettivamente debba condividere gli spazi con il mio amore.

Ho potuto scordare la scomodità di spartire un’armadio con chissà quanti fratelli, di veder sparire i miei biscotti dalla credenza, di dover nascondere i cioccolatini sotto il letto, di perdere le mie cose e ritrovarle in mezzo a quelle degli altri.
La TV me la gestisco come voglio, e la radio sta accesa un sacco di ore.
Se mi va posso occupare metà del tavolo per fare le mie cose, e ascoltare la mia musica preferita mentre faccio le pulizie.

Permane un certo caos nel mio gestire questi spazi, ma è perchè è rimasta ancora quell’abitudine maturata in 20 anni, che uno spazio mio per ogni mia cosa non ce l’ho; e continuo a crearmelo disseminando sui mobili orecchini e pennelli ….. per fortuna a casa non abbiamo mai finito di arredare, o credo davvero che verremmo sommersi dalla mia confusione.

Confusa e spaesata. Mi sembra di aver conquistato un nuovo mondo.
Ogni sera mi ritrovo ancora una certa soddisfazione all’idea che a cena si mangia quello che dico io, o quello che vuole lui; e se ci andasse di uscire per un gelato potremmo anche andare e tornare quando ci pare.
Da quando sono a casa mia trovo sempre una stanza vuota dove poter fare una telefonata, e il bagno libero per fare la doccia quando mi va.

Ho tutto quello che mi serve, e posso fare del mio tempo quello che mi gratifica di più, non solo quello che devo.
Rinunciare e sacrificarsi certe volte è stato molto doloroso, e nonostante oggi capisca il perchè di certi divieti potrei comunque dire che alcuni erano sproporzionati.
Mi hanno sempre detto di avere pazienza, di saper capire che un giorno sarei stata abbastanza grande per ottenere tutto quello che ho adesso. Qualche volta però mi scopro a desiderare cose che albergano nell’attesa dall’adolescenza, sapori e sfumature di una me un pò sbiadita ormai.

Sabato sera siamo usciti e siamo capitati per caso ad un concerto, ed è bastato scoprire il nome del gruppo che avrebbe suonato per sbarrare gli occhi incredula.
Tredici anni dopo aver litigato e pianto con mia madre, dopo averla accusata di starmi privando di un opportunità unica nella vita, mi trovavo lì, in mezzo a un paio di centinaia di ragazzini, ad ascoltare i Punkreas.
Più della prima metà della scaletta non la conoscevo. Una volta uscita dal liceo è diventato sempre più difficile sentire tutta la musica differente che potevo ascoltare dai walkman dei miei compagni di classe.
Ma a me sono bastate quelle 5 canzoni che sapevo a memoria, e che oggi, nonostante non le canti più, riesco ancora a tirarle fuori dalla gola e urlarle insieme a gli altri.

Ho riso tanto di me. Il tempo trascorso mi ha cambiata, ma non ha cambiato l’atmosfera di certi momenti.
Sotto il palco si pogava, accanto a me le ragazze facevano gruppo stretto senza i ragazzi e cercavano di ballare, dall’altro lato i ragazzi ubriachi di birra cantavano e saltavano a tempo; l’uniforme dei partecipanti era per quasi tutti percing, jeans, t-shirt nera e scarpe da tennis logore; i veterani avevano i capelli di mille colori.
E io, invece di essere lì per vedere il tipo che mi piace, delle spille da balia come orecchini, di un vecchio jeans chiaro strappato, di una maglietta sciupacchiata col tribale e della borsetta etnica dove nascondere le sigarette, ero vestita con la camicia e il maglioncino sobrio, gli orecchini seri e la shopping bag che cita “NON HO TEMPO PER SPOSARMI”, ho smesso di fumare, e tenevo le dita intrecciate al mio compagno … ma mi sono divertita come se avessi ancora 16 anni.

Questa si che è una rivincita.

Il cuore annodato

Maggio 29, 2008 di giulietta79

Ricordo ancora quel viaggio lunghissimo così tanto atteso, e l’emozione di star per dormire nella mia nuova casa; mia e dell’amore della mia vita.
Ricordo che era buio, e salivo le scale, le salivo illuminata dalla luce del cortile, e davanti alla finestra della mia cucina li ho visti muoversi. Erano due gatti grandi, ma non adulti, due fratelli abbracciati in una notte d’inizio inverno.
Copie dello stesso manto, uno grigio e uno nero, con una macchia bianca sotto il collo. Scapparono stupiti, salirono nella legnaia di fronte.
Per giorni li ho visti salire scendere da quella legnaia, spiarmi da in cima alla scala, o da quella finestrella, fidati solo della Nonna che dava loro da mangiare. Simbiotici, si accompagnavano ovunque. Distanti pochi metri, diffidenti, un giorno li conquistai con un pugno di crocchette per gatti.
Ogni mattina, appena aperte le imposte, cominciarono a correre per poter miagolare le loro richieste, e oltre quella razione simbolica, ottenevano carezze e quei grattini che non trovavano da nessun’altra parte.
Ed erano “quasi” nostri …! Una presenza così dolce … Il gatto nero con gli occhi gialli, un maschio, lo chiamammo “Capo”, così come si chiama il caffè macchiato a Trieste. E la gatta grigia con gli occhi verdi, con quel fare aggressivo, la battezzammo come la salsa al rafano, l’acida e piccantissima Kren.
Arrivò la primavera e con lei gli amori, eppure quell’appuntamento al mattino non saltava. Crebbe la pancia di Kren, Capo si smagrì cantando serenate. Nonostante passassero più tempo lontani, separati dalla vita, tra di loro continuarono a essere attenti, gentili, affettuosi, si pulivano a vicenda in baci interminabili.
Un mese fa Kren divenne mamma di cuccioli segreti, nascosti lontani da tutto, così come la sua sorella maggiore “Venere”. E noi speravamo ce ne fosse uno nero, e lo speravamo senza promettere niente.
Venere consegnò i gattini al cortile, e poco dopo, due settimane fa, 12 ore dopo aver giurato che non avremmo scelto il primo gatto entrato nel cortile perchè ne volevamo uno nero, Kren arrivò baciata da una piogerella capricciosa, trascinando a stento il primo cucciolo.
Era nero.
Scesi di corsa per aiutarla, e quel batuffolino trotterellò verso i miei piedi, lo presi e lo diedi a CDF perchè lo mettesse nella legnaia. Ne arrivarono così altri 4, ma quello nero era unico. Capo venne così sfrattato dal suo monolocale, senza che si lamentasse, con l’orgoglio che ostentava per il primo cucciolo ci fu chiaro di chi fosse figlio.
Pochi giorni dopo io salì lassù, sentì miagolare vicino a Kren, lei mi lasciò toccarli, prenderne uno, e nel buio non vidi di aver scelto quello nero. Lo portai via e lei non disse nulla, lo vide in casa nostra e non disse altro, solo si angosciava se lo sentiva piangere, ma ormai lo aveva consegnato.

Ieri mattina non è arrivata per la colazione, e nemmeno questa; come è capitato a tanti altri gatti non ha finito di attraversare la strada, non ha concluso il suo percorso. Chissà dove andava, e chissà se ha pensato ai suoi piccoli mentre tutto finiva. Chissà se è stata serena quando ha capito che rimanevano a noi.

Suo fratello è tornato. Guarda la legnaia dalla finestra di casa mia e socchiude gli occhi. Ha lasciato nella ciotola l’esatta metà del cibo, come sempre; non ha mai mangiato più della sorella, anzi …

I suoi piccoli hanno fame e sembrano sperduti, da ieri tentano di imparare a mangiare da soli quello che gli lascio, e si nascondono da tutti. Che aspettino la loro mamma oppure no, loro vanno avanti.

Sul collo mi dorme il piccolo Renoir; ha giocato fino adesso con me, la sua nuova mamma, e ora fa le fusa. La sua cuccia è quella coperta che ho prestato ai suoi genitori nei mesi più freddi. Forse da grande avrà gli occhi verdi.

Un peso sulla gola mi commuove questa mattina.

Un’altra notte

Aprile 15, 2008 di giulietta79

Anche questa notte tienimi stretta e soffocami il respiro
Prendimi tra le tue braccia e baciami mentre il tempo diventa frenetico.
Toglimi la voce quando vorrei urlare quanto mi piaci.
Bloccami contro il tuo petto mentre corro verso il nostro limbo.
Costringimi a respirare la tua pelle, a sospirare il tuo nome.
Stancami e sconvolgimi, fammi tremare per tutto quello che sento quando mi fai tua.
Spettinami i pensieri, stropicciami l’anima, sfilaccia il mio ritegno.
Tienimi stretta, soffocami i pensieri e regalami un’altra notte.

Sono sempre io

Aprile 8, 2008 di giulietta79

Ci sono stati momenti in cui mi traboccavano parole dalla testa … altri in cui il silenzio d’attesa svuotava tutto.

Ci sono giorni in cui ho bisogno di dirlo come sto, ho bisogno di urlarlo! E altri in cui ho timore di me stessa e mi osservo impietrita.

Mi ritrovo a guardare quella donna informe e inconclusa, e anche se non dovrei, mi ignoro.
Ignoro quel dolore costante nel profondo dell’autostima, quel bruciore lancinante nell’orgoglio, lo ignoro insieme ai dolori alle gambe, alla testa o alle ossa.
Vivo me e il mio corpo come un aggiunta fastidiosa alla mia esistenza da tanto ormai, e siccome è comodo talvolta, ho aggiunto tutti quei mali dell’anima che vorrebbero parlarmi.

Mi piace raccontarmi che ora è tutto cambiato, e forse non vivo più il 40% della mia vita chiusa in bagno a pesarmi, ma c’è qualcosa di torbido in quello che espiro.

“Sei sempre tu …”

E quando me lo dico c’è una delusione talmente forte che mi sento crollare ….. sono e sarò sempre io. Con i problemi annidati tra i capelli, sotto le unghie, tra le pieghe del ginocchio.

Sono sempre io.

Io e i miei incubi, e le ossessioni imbavagliate che si ribellano quando non sono vigile.

Non so dove ho sbagliato, ma la rappresaglia è serrata, e il mio io torna alla carica.

Non so se ho paura …… però sono preoccupata. A volte mi scopro in attesa che questa situazione mi sfugga di mano, smetta di essere incatenata a me, che smetta di essere sotto la mia custodia

E che scappi pure, che faccia quello che deve fare e distrugga tutto

Basta che mi liberi da questa fatica.

Colori in mano

Aprile 7, 2008 di giulietta79

D\'onofrio M. J.

Era venerdì e non centrava con i programmi. Non con i miei, ma di Cìdi si.

Siamo usciti presto e ci siamo avviati verso il centro e investito 1€ nel parcheggio, e mi ha portato proprio lì, proprio in quel negozio vicino al centro … non sono voluta entrare subito, mi piace troppo ammirare le vetrine dei colorifici.
Lui ha appoggiato una mano sulla maniglia, ma l’ho fermato e gli ho chiesto se davvero vero li compravamo, anzi no, ho deciso, chiediamo solo quanto costano!

Allora varco la soglia innalzandomi sul gradino, e quella tenue penombra, il silenzio, il profumo della carta polposa, dei conservanti dei colori, e delle laccature dei pennelli mi ha illuminato gli occhi … e non ho capito più niente!

Si è avvicinata la proprietaria, una donna dalla rassicurante aspetto comune, con un camice bianco, ma non troppo … aveva quelle belle pennellate che ti fai sul orlo delle maniche per controllare i colori mentre dipingi.

Ho chiesto i prezzi e con uno sguardo supplicante ho domandato al mio compagno, all’adulto che mi accompagna, che gli sembrava. Lui ha annuito, e io ho espresso il sorriso più felice che potevo avere.

Li ho sfiorati appena, mentre la signora li prendeva per me, li ho indicati … 3 colori primari, nell’espositore da 60 li trovo subito ..
Non ho potuti tenerli con me, li ha appoggiati sul banco e io allora, guardandoli ho chiesto se aveva anche i cartoni telati.

Strappa carta da pacco marrone e comincia a incartare i barattoli.

“Certo, che misura le serve?”

“Mah, non saprei, ne abbiamo un pò in progetto … da quale cominciamo Cìdi? ….. sa, abbiamo casa da poco, e vogliamo fare un pò di quadri gia che non abbiamo tutti i mobili, per fare arredamento … sicuramente ci costerà meno che comprare mobilio!”

“Ah beh! Sicuramente! Beh, comunque ne ho parecchie di misure …”

Allora io accenno al trompe d’oeil che aspetta di nascere tra due finestre, e lei sfodera un bel telato ne troppo grande ne troppo minuto … ed è quello che avevo in mente, si: va bene questo!
Allora fa il conto e ci fa lo sconto per due caffè, e così state mettendo su casa? E siete lontani da Udine? Eeeh, ma va bene per cominciare, no? Si, si … in affitto, è giusto ….

E io me ne torno a casa, barattoli nella borsa, tela sotto braccio, e il sole che punzecchia gli occhi uscendo dalla penombra.

C’è profumo di fiori, di verde, di corteccia umida.

Concludiamo la passeggiata comprandoci dal erborista un vizio: un ottimo tèh nero a foglie intere, aromatizzato ai mirtilli, con dentro INTERI mirtilli e fiorellini azzurri, e un profumo devastantemente buono!
Sarà per i nostri pomeriggi a casa. Perchè me l’aveva promesso prima che mi trasferissi, l’ho chiesto dopo aver passato un bel pomeriggio a casa coi miei, che invece di bisticciare, come ai vecchi tempi si sono seduti a bere un tèh caldo.

“Ho comprato 2 tazze da tèh un pò particolari amore mio, perchè la teiera ce l’hanno regalata …”
“Hai fatto bene.”
“Senti …. mi prometti che ….. promettimi che le useremo.
Cioè …. si, lo sò, ma voglio che mi prometti che troverai sempre 5 minuti per parlare con me, che anche se ci vedremo tutti i giorni ci fermeremo dalla vita per parlare con calma, qualunque cosa succeda.”
“Certo Tata! Te lo prometto!”

E dopo 6 mesi il primo tèh è quasi finito … è un ottimo momento per progettare quadri da appendere in casa.

RIVOGLIO IL MIO BLOG

Marzo 14, 2008 di giulietta79

Lo rivoglio, è mio …. l’ho scritto per 2 anni e mezzo, e ora me l’hanno portato via.

Mi hanno strappato ricordi, foto e canzoni, non ho più ciò che avevo tracciato.
Tutta la strada percorsa fin qui è finita chissà dove.

Ora c’è solo un vuoto, c’è solo uno spazio che non posso riempire.
E fa male come se mi avessero derubata, come se mi avessero perso un oggetto prezioso.

Rivoglio cio che è mio.