In Argentina, a casa dei nonni paterni, ricordo di aver passato pomeriggi avventurosi in un giardino immenso. All’ingresso c’erano degli albrei che poi sono stati estirpati e un immensa pianta di magnolia, con un profumo inebriante. Dietro la casa c’erano recinti con galline e oche, un’albero che da un lato faceva arance e dall’altro mandarini, due alberi di pesco che facevano solo fiori, e uno che faceva frutta; c’era anche un pruno, la nonna coltivava peperoni e chissà quante altre verdure; e ricordo che a primavera esplodevano una quantità e una varietà di fiori da sembrare un giardino magico, dove uno stormo di farfalle si radunavano solo per farsi rincorrere da me.
Piccole vie di ghiaia fine costruite tra le aiule, nascoste da verdeggianti cespugli fioriti. I bordi rialzati fatti con un finto ciotolato in cemento, sui perimetri cresceva l’erba e le viole viole e bianche. Più in là cominciava un terreno lasciato a se stesso,
Quel giardino vedeva tutte le stagioni, ma nella mia testa esisteva solo la primavera e l’estate.
Poi, chissà perchè, all’età di 5 anni il mio naso si affezionò anche all’autunno. Nel giardino dei miei nonni esisteva una piccola vigna, e io scoprì il profumo dell’uva fragola.
Di quel giardino, oggi, so che è rimasto un albero irriconoscibile e stanco. Quando ho visto le foto ho pianto. Sembrava così arido. Così piccolo.
Cerco di non pensarci più.
Oggi passeggiavo nel mio paesino per raggiungere il medico di famiglia. Case vecchie e nuove alternate da giardini decorati con fioriere di più o meno di cattivo gusto. Non c’è casa che sul davanzale non abbia un fiore di stagione, è da un anno che constato questo. Passeggio e sento che l’unico rumore lo fanno le mie scarpe, non biasimo il cane che mi abbaia. Non conosco nessuno, ma nessuno manca di salutarmi. Io sorrido a tutti, non so chi siano, ma so bene che loro sanno di me, come in ogni paesino che si rispetti.
Dai cortili in cui non posso guardare mi arrivano profumi di cucina e voci che veloci snocciolano il dialetto. Lo sento parlare persino ai bambini, e mi fa un pò invidia. I gerani sfruttano la loro ultima possibilità per dare fiori tra foglie che muoiono. Gli alberi cominciano a dorarsi, e le rampicanti a diventare rosse e roventi; hanno raccolto il granoturco, ci sono pannocchie rosicchiate da qualche topino a terra, e nell’aria c’è profumo di terra. Tra gli alberi cinguettano una miriade di melodie diverse, devono essere un sacco di specie radunate lassù, e sento odore di resina che viene dai pini.
Quattro passi accanto al terreno dove crescono margherite e cardi tra ceppi maturi, ed ecco che arriva, come un foulard sfuggito col vento, il profumo di uva fragola.
Un piccolo filare a ridosso di una casa, con grappoli ben visibili lasciati lì a maturare. Mi ammicca negli occhi il sorriso baffuto del nonno.
Sorrido e vado avanti e cerco di non pensarci più.






